Ora, io penso che le grosse catene di distribuzione abbiano certamente un addetto al packaging (la scelta dei contenitori e delle modalità di distribuzione). Dubito però che lui lavori anche per noi, intesi come cittadini, come collettività. Se ci rifila più plastica che alimenti, tre sono le possibili ipotesi: o ha diagnosticato il vero problema, ossia ha capito che non siamo in grado di valutare economicamente la questione e/o non ce ne frega niente della nostra salute; o è costretto a ragionare sulla sola base della convenienza aziendale riguardo alle pratiche distributive; o è condizionato dall'esterno in modo più o meno consapevole.
Come associazioni ambientaliste o di consumatori, dobbiamo cercare un dialogo con lui ed i suoi datori di lavoro. Se non avessimo risposta, l'unica soluzione è renderci tutti pienamente consapevoli e creargli dei problemi. Inceppare il meccanismo, metterlo nella condizione di dubitare dell'effettiva bontà del proprio lavoro e quindi trattare per l'introduzione di differenti modalità di distribuzione. Ad esempio presentandoci al banco con nostri contenitori e pretendere che ad essi ritornino i cibi che oramai riceviamo o troviamo già confezionati solo in vaschette di polistirolo usa e getta.
Vi sembra una proposta ridicola ?
Forse è un po' troppo “radicale”, ma non possiamo più lasciare che gli altrui interessi determino in modo così subdolo la salute nostra e dei nostri figli. Se ci toccano anche una minima parte dello stipendio siamo (giustamente) pronti a scendere subito in piazza.........e perché mai non siamo disposti a verificare quanto stiamo lavorando per pagare un buon 80% di inutili imballi e confezioni (in gran parte derivati del petrolio) che pensiamo ci facciano vivere meglio ? Lavoriamo per vivere o viviamo per lavorare e poterci permetterci queste false comodità ?
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