venerdì 27 maggio 2011

DIVAGAZIONE: La “prova di ecosostenibilità” continua....

Ritorniamo alla nostra verifica sulla spazzatura. Ci sono le prove di una vita felice, salutare, tranquilla ?......fatta da un “nucleo domestico” di una parte del mondo agiata (stiamo consumando 2,5 volte ciò che il pianeta è in grado di darci.... ossia che è in grado di riprodurre per noi: è il concetto di “impronta ecologica”) che dovrebbe almeno concedersi il tempo di cucinare cibo sano da consumare insieme intorno ad un tavolo, curando legami e relazioni …...? Mi son fatto una domanda analoga anche recentemente, estraendo un vassoio dal lavastoviglie. Il vassoio, questo sconosciuto....... erano mesi che non ne mettevamo uno in tavola. Mio figlio stenta a riconoscerne la funzionalità: “perché mai dobbiamo travasare il contenuto di vaschette di plastica usa e getta su un vassoio ?”. Ha ragione: ormai il danno è fatto, tanto vale sfruttare fino in fondo questa “falsa comodità”........ Bisogna che voi valutiate la proposta accennata in precedenti post: se ci presentassimo al banco già muniti di contenitori standard riutilizzabili, magari marchiati e venduti dalla stessa catena di distribuzione, a dimostrazione della nostra “fedeltà di acquirenti” ed andando così incontro alle loro esigenze di pesatura standard ?
Ora, io penso che le grosse catene di distribuzione abbiano certamente un addetto al packaging (la scelta dei contenitori e delle modalità di distribuzione). Dubito però che lui lavori anche per noi, intesi come cittadini, come collettività. Se ci rifila più plastica che alimenti, tre sono le possibili ipotesi: o ha diagnosticato il vero problema, ossia ha capito che non siamo in grado di valutare economicamente la questione e/o non ce ne frega niente della nostra salute; o è costretto a ragionare sulla sola base della convenienza aziendale riguardo alle pratiche distributive; o è condizionato dall'esterno in modo più o meno consapevole.
Come associazioni ambientaliste o di consumatori, dobbiamo cercare un dialogo con lui ed i suoi datori di lavoro. Se non avessimo risposta, l'unica soluzione è renderci tutti pienamente consapevoli e creargli dei problemi. Inceppare il meccanismo, metterlo nella condizione di dubitare dell'effettiva bontà del proprio lavoro e quindi trattare per l'introduzione di differenti modalità di distribuzione. Ad esempio presentandoci al banco con nostri contenitori e pretendere che ad essi ritornino i cibi che oramai riceviamo o troviamo già confezionati solo in vaschette di polistirolo usa e getta.
Vi sembra una proposta ridicola ?
Forse è un po' troppo “radicale”, ma non possiamo più lasciare che gli altrui interessi determino in modo così subdolo la salute nostra e dei nostri figli. Se ci toccano anche una minima parte dello stipendio siamo (giustamente) pronti a scendere subito in piazza.........e perché mai non siamo disposti a verificare quanto stiamo lavorando per pagare un buon 80% di inutili imballi e confezioni (in gran parte derivati del petrolio) che pensiamo ci facciano vivere meglio ? Lavoriamo per vivere o viviamo per lavorare e poterci permetterci queste false comodità ?

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